Abstract
Il sangue di Dortmund ancora macchiava il terreno ghiacciato della fortezza. Il grande guerriero era caduto in un duello onorevole per mano di Enthal, e con lui era caduta Dalveggen. Coloro che un tempo chiamavano quella fortezza casa l'avevano abbandonata, cercando il Rifugio e sperando nell'impossibile: salvare altri come loro, perduti nella malattia. E poi c'era Barri: le mani dell'elfa Talia Arkenos l'avevano strappato dalle fauci della morte quando ormai tutto sembrava perduto. Il suo corpo portava ancora i segni della malattia. Ogni respiro era un debito, ogni battito del cuore un promemoria: doveva la vita a coloro che aveva deciso di chiamare “forestieri”. I primi fiocchi di neve cadevano innocui, trasformandosi presto in una prigione candida. È allora che i forestieri capirono perché nessuno aveva mai attraversato quelle montagne, perché Adril aveva tanto sofferto durante il Càlix Gelus e l'inverno aveva distrutto ogni loro speranza. «Quando il lupo mette il manto bianco, solo gli Yorvaettir sono il suo branco.», ripeteva Barri con voce rauca, insegnando loro un antico detto degli “Yorvaettir” nome di tutti coloro che vivono al di là dello Storvegg. Da Alopós ai primi giorni di Elaphos, la Valclisia giaceva sepolta. La neve rendeva ogni viaggio non solo pericoloso, ma impossibile. I mesi scivolavano via spietati e la fortezza di Dalveggen venne considerata come il quartier generale dei forestieri, l'ultimo baluardo contro l'inverno e un destino incerto. Enver, il mercante jeshil, e Argal organizzavano gli approvvigionamenti con accordi svantaggiosi, persino umilianti, ma quando la sopravvivenza è in gioco, l'orgoglio diventa un lusso che nessuno può permettersi. Calena produceva medicine senza sosta insieme agli altri alchimisti e ai medici, prosciugando ogni risorsa. Nagisa guidava gli esploratori attraverso la neve con Barri come guida procurando selvaggina.
Quando le ultime nevi si sciolsero, rivelando la terra fradicia, la primavera portò nuove possibilità e antichi pericoli. Così Barri radunò i “forestieri” nel salone principale. Argal, Calena e Nagisa si siedono attorno al tavolo consumato.
«Dobbiamo parlare con lo Jarl», afferma Barri, la voce rauca, ma ferma. «Non possiamo restare nascosti per sempre!»
«Presentarci così sarebbe follia!», replica Argal incrociando le braccia. «Ci vedrebbe come una minaccia...»
«Esatto! Per questo dobbiamo offrirgli qualcosa», interviene Barry.
Calena solleva lo sguardo. «La cura! Abbiamo la medicina.»
«Non abbiamo la prova che funzioni però», precisa Barri con cautela.
Nagisa tamburella le dita sul tavolo. «E il mio problema? Avrò modo di risolverlo?»
«Proprio per questo dobbiamo guadagnarci la sua fiducia», risponde Barri. «Tu risolverai il tuo problema, Argal continuerà le sue ricerche, e otterremo il perdono per la conquista di Dalveggen.» Argal sogghigna amaro. «Come se fosse semplice.» «Non lo è!», ammette Barri. «Andare direttamente dallo Jarl sarebbe come suicidarsi. Siete stranieri, alcuni potenzialmente infetti. Ci servono alleati.»
«Persone che ci facciano da testimoni!» afferma Calena. Barri annuisce. «Il Rifugio! Là soffrono, hanno bisogno della medicina. Se miglioriamo le loro condizioni, avremo testimoni! E se non funziona...»
«Li libereremo comunque!», termina Nagisa con determinazione.
«Conosci la strada?» chiede Argal scrutando Barri.
«La conosco. E posso guidarvi.»
«Beeh, cosa stiamo aspettando allora.»